Il mondo delle RSA e di chi al suo interno vive e lavora, non ha mai suscitato così ampio interesse da parte della stampa e di tutti i media come in questi giorni.

Purtroppo si tratta di una forma di attenzione tutta concentrata sul numero dei decessi registrati all’interno delle strutture(numero che, nessuno lo nasconde, risulta certamente elevato), e sulle accuse ai gestori di incapacità ad offrire un’assistenza adeguata. La strada fino ad oggi percorsa dall’Amministrazione della nostra Casa di Riposo è stata quella del silenzio. Un silenzio laborioso, volto più al fare ed all’agire che al lamento e alla polemica. Pur avendo validi motivi per lamentare carenze ed isolamento.

Oggi l’emergenza, a livello nazionale e locale, non è assolutamente finita. Tuttavia gli evidenti tentativi di fare delle RSA il capro espiatorio della tragedia che ha colpito il nostro Paese con il virus Covid 19, necessitano di una risposta alta, chiara e forte. Una risposta alta, perché non è nostra intenzione alimentare polemiche. Le abbiamo sempre ritenute inutili, prive di effetti realmente positivi e non abbiamo cambiato idea sul punto. Una risposta chiara, perché non abbiamo nulla da nascondere. La Fondazione Ospedale della Carità ha sempre agito nel rispetto delle regole, dei protocolli sanitari e delle procedure indicate dalle autorità competenti. Tutti i dipendenti della struttura hanno risposto con coraggio e professionalità alla sfida dell’emergenza. Il Consiglio di Amministrazione ha pienamente condiviso ed approvato le scelte operate dalla Direzione Generale e dalla Direzione Sanitaria della Fondazione, per la gestione dell’emergenza. Infine una risposta forte, perché di cose che non hanno funzionato a dovere ce ne sono state. Noi non pretendiamo certo di essere stati perfetti, non ci nascondiamo il dolore delle tante famiglie che hanno perso i propri cari. È un dolore anche nostro e che sentiamo caricato anche sulle nostre spalle, ma le scelte e le strategie messe in atto durante l’emergenza da chi, autorità nazionali e regionali, aveva il dovere di aiutare il settore socio-sanitario devono esser rese note a tutti.

La fase iniziale del contagio.

E’ il 21 febbraio: la stampa informa del primo contagio di Coronavirus in Lombardia. Il 22 febbraio, pur in contrasto con le indicazioni Regionali e di ATS (ATS-Valpadana imponeva l’accesso libero dei parenti durante i pasti degli Ospiti, con una semplice autocertificazione sul proprio stato di salute, e di tener aperti i Centri Diurni), la nostra RSA ha deciso, in coordinamento con il Sindaco di Casalbuttano, di limitare al massimo le occasioni di contatto con l’esterno per cercare di contenere il contagio, chiudendo il Centro Diurno ed impedendo l’accesso alla struttura dei familiari e dei volontari. Certamente questo ha creato per gli ospiti e per le loro famiglie una situazione di grave carenza di relazioni e di affetto, che le attenzioni del personale e lo sforzo per favorire le videochiamate o le telefonate ha cercato in parte di alleviare. È stata sempre comunque garantita, sin da subito, ai familiari la possibilità di contattare a distanza gli Ospiti e di poter interloquire con il personale medico della struttura per informazioni sulla salute dei propri cari. Non ci siamo nascosti, abbiamo semplicemente scelto l’unica precauzione immediatamente adottabile.

Sono state messe prontamente in atto, sin dai primi giorni, tutte le attenzioni, i protocolli e le procedure, rendendole poi sempre più rigorose, per evitare di esporre Ospiti e lavoratori al rischio di contagio. Si è dovuto tuttavia attendere un Decreto del Presidente del Consiglio il 4 marzo per avere, nero su bianco, la conferma della necessità di chiudere ai visitatori esterni le Case di Riposo …

È questa la fase in cui appare chiara la drammaticità della situazione, con il sistema sanitario in generale ed ospedaliero in particolare che entra in crisi per l’elevatissimo numero di malati che si presentano al pronto soccorso. Lo sconcerto di quei giorni rimane certamente quello di sentire, nelle conferenze stampa quotidiane della Protezione Civile e della Regione Lombardia, o nelle più seguite trasmissioni televisive esperti ed editorialisti che cercavano di tranquillizzare tutti, dicendo che in fondo il coronavirus che non era poi così letale, perché a morire erano solo persone anziane e già colpite da altre patologie. Sottolineando così che a morire erano i più deboli e fragili. È singolare osservare come, nel breve volgere di poco più di un mese, oggi tutti i media si domandino perché a morire siano stati così tanti anziani.

Alla luce di come è stata poi gestita l’emergenza, quelle non erano solo parole, per quanto indegne ed incivili, ma una sorta di dichiarazione d’intenti su quali fossero le strategie studiate per affrontare l’emergenza. Abbandonare a se stessi i più deboli, per tentare di salvare quelli che presentavano maggiori possibilità di guarigione.

La gestione dell’emergenza.

Abbiamo tutti negli occhi le tragiche immagini del mese di marzo: gli effetti dirompenti e devastanti di una pandemia.

Quanto è capitato nelle nostra RSA, ma anche in tutte le altre RSA della provincia di Cremona ed in tutta Italia, nonché nel mondo, è stato definito da molte parti uno “tsunami” che ha travolto le istituzioni sanitarie. Nell’arco di poche settimane (dal 21 febbraio al 22 marzo) in Lombardia siamo passati dal primo isolato caso a Lodi a 44mila casi accertati (e molti di più non accertati) con più di settemila persone decedute alla data del 2 aprile 2020. La nostra RSA non è stata risparmiata, vista la mortalità del 24% (74 decessi) dal 20 febbraio al 2 aprile 2020 rispetto ad una mortalità del 5% nello stesso periodo 2019. Questi dati vanno letti nel contesto del territorio in cui viviamo. Tra l’11 giugno 1940 e il 1° maggio 1945 a Milano sono morti, sotto i bombardamenti della seconda guerra mondiale, 2 mila civili, in 5 anni; in due mesi in Lombardia per il coronavirus sono morte 11.851 persone, 5 volte di più. La provincia di Cremona ha avuto la più alta percentuale di contagiati in tutta la Lombardia: 15 per 1.000. Per confronto Bergamo 9,5 per 1.000 e Brescia 9,2. Per quante precauzioni si possano prendere, la RSA non è certamente protetta all’interno di una sfera di cristallo.

L’azione prioritaria sin dall’inizio è stata di garantire la protezione dei nostri operatori sanitari attraverso la frenetica ricerca da parte dell’Ufficio Tecnico e dell’Ufficio Coordinamento dell’approvvigionamento di un numero sufficiente di DPI: mascherine, guanti, camici monouso, protezioni oculari, disinfettanti e soluzione idroalcolica. Uno sforzo che la RSA si è trovata a produrre in totale solitudine, senza ricevere dall’esterno DPI, aiuti e supporti, cercando nel contempo di interpretare ed applicare al meglio le indicazioni non chiarissime dell’ISS, dei vari DPCM, delibere Regionali ed indicazioni ATS spesso in contraddizione tra loro.

Non si contano le lettere, le mail, i solleciti telefonici, gli appelli per ottenere aiuti da ATS o dalla Protezione Civile, purtroppo senza esito.

A causa del crescente numero di febbri, la difficoltà di individuare tempestivamente i soggetti paucisintomatici e l’impossibilità di isolamento in stanze singole si è deciso, come da indicazione della Società italiana di Geriatria, di considerare tutti gli ospiti ( e gli operatori stessi) come potenzialmente infettanti; di conseguenza sono state date opportune indicazioni sull’uso adeguato dei Dpi e le modalità di sorveglianza degli Ospiti ( sintomi soggettivi, febbre, saturazione di ossigeno nel sangue, segni di disidratazione). E’ stato, infatti, impossibile accertare la presenza di Covid 19 per la mancanza di tamponi reiteratamente richiesti all’ATS-Valpadana che, dopo una serie di non risposte o indicazioni errate, li ha resi disponibili solo dopo il 3 aprile. Ovviamente è poi iniziato immediatamente il “tamponamento” di ospiti e personale, ma in un numero giornaliero limitato, secondo quanto deciso dall’ATS. All’interno della RSA si sono istituiti, con rigidi protocolli di prevenzione, stanze d’isolamento in coorte per gli Ospiti sintomatici e Nuclei d’isolamento per gli Ospiti risultati positivi al tampone, sempre informando i famigliari dei risultati dei tamponi e dei relativi spostamenti.

Durante tutto il periodo di questa emergenza, si è dovuto constatare che nessuna linea guida dedicata alle comunità per persone fragili è stata tempestivamente attivata o aggiornata dalle autorità competenti: solo scarse indicazioni da interpretare in documenti centrati sull’emergenza ospedaliera. Dal punto di vista del trattamento medico, al momento ci sono molte terapie in fase di sperimentazione in poli Ospedalieri ma nessuna sicuramente efficace. I protocolli adottati in RSA prevedono: controllo della febbre, reidratazione, supporto della funzionalità respiratoria, eventuale antibioticoterapia per sovra-infezione batterica e l’uso di farmaci per la prevenzione della trombosi, una complicanza frequente e letale in Covid 19.

La scelta effettuata dalle autorità nazionali, di centralizzare l’acquisizione di dispositivi di protezione, farmaci, attrezzature poteva risultare funzionale solo nel caso che avesse avuto, come corrispettivo, capillarità e tempestività nella loro distribuzione. Purtroppo invece si è tradotta in una corsa all’accaparramento di quel poco che il mercato produttivo, già scarso, offriva, generando meccanismi di incremento vertiginoso e pazzesco dei prezzi. La nostra RSA ha comunque sempre garantito la disponibilità dei dispositivi di protezione individuale necessari ed adeguati, pur incontrando spesso notevoli e frustranti difficoltà di reperimento. Alla fine, la prima modesta fornitura di mascherine da parte di ATS è arrivata a fine marzo, salvo poi risultare in parte non idonea all’utilizzo per gli operatori sanitari. Stiamo parlando di oltre un mese dopo l’inizio della fase emergenziale.

La gestione dell’emergenza si è formata su un modello al cui centro è stato posto l’ospedale e tutte le risorse, comunque poi risultate insufficienti nella fase più acuta, sono state destinate agli ospedali ed ai reparti di terapia intensiva. Non vogliamo certo contestare la legittimità di questa scelta ma, purtroppo, il corollario che ha portato con sé è stato l’abbandono delle strutture e dei soggetti operanti nei territori: tra gli altri Case di Riposo e Medici di Base. Parallelamente all’emergenza ospedaliera sarebbe stato necessario anche sostenere e controllare le RSA, senza rimandare continuamente a circolari burocratiche che si limitavano a dire che bisognava seguire i protocolli.

Resta una domanda, credo, lecita: se non si è riusciti ad avere strategie rigorose per circoscrivere il rischio nemmeno tra operatori ospedalieri, ci si poteva aspettare di riuscirci nelle realtà socio-sanitarie residenziali per persone anziane? In 10 giorni siamo stati chiamati a modificare la nostra natura e la nostra “mission” da strutture socio-sanitarie per anziani in strutture per pazienti acuti e infettivi.

In questo contesto un altro punto che fa scalpore: la delibera dell’8 marzo della Regione Lombardia che prevede che le RSA possano farsi carico di pazienti Covid “lievi” per alleggerire gli ospedali sotto pressione. Su questa assurda vicenda si è già detto e scritto molto e l’immagine che ritengo più appropriata per descrivere la bizzarria di questa idea è quella del cerino acceso gettato in un pagliaio. La nostra RSA non ha dato disponibilità di posti letto, non per sottrarsi alle proprie responsabilità di fronte alle emergenze del Paese, ma piuttosto per l’impossibilità di garantire la sicurezza dei propri Ospiti a fronte di pazienti che le autorità sanitarie stesse non avrebbero comunque certificato come negativizzati al coronavirus. Abbiamo sempre privilegiato la tutela degli Ospiti e dei Dipendenti anche quando la Regione, il 30 marzo scorso, ha messo sul piatto un riconoscimento economico di 150 euro giornalieri per ogni paziente accettato in RSA.

 

Voglio concludere con due ultime riflessioni. La prima di carattere più generale e rivolta tutti gli attori in campo in questa emergenza: è ora che ci si sostenga tutti reciprocamente, tenacemente e senza scaricabarile o ricerche di capri espiatori. Credo che la lezione oggi sia questa: bisogna creare una dimensione più collaborativa, di maggiore condivisione nelle scelte, soprattutto quando hanno ricadute pesanti sui territori e sulle persone.

La seconda è dedicata integralmente alla nostra Casa di Riposo e a tutte le persone vicine a questa bella realtà di Casalbuttano. Abbiamo lavorato tutti insieme perché nessuno fosse lasciato indietro o abbandonato. Sono convinto che abbiamo fatto, date le circostanze, davvero tutto il possibile. Il grado di sviluppo di una civiltà si misura in base a come ci si prende cura delle persone più fragili. Per continuare a fare questo anche la nostra RSA, che lo fa egregiamente da oltre un secolo, ha bisogno di essere sostenuta nel “custodire” questa attività di cura, non solo, durante l’emergenza Covid-19, ma anche per il prossimo futuro. Tutti abbiamo lezioni da apprendere da questa esperienza, lezioni che ci saranno utili per ripartire su nuove basi.

 

Casalbuttano, 19 aprile 2020

Fondazione Ospedale della Carità

Il Presidente

(dott. Orfeo Mattarozzi)

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